Nel libro “La Traduttrice” di Rabih Alameddine edito da Bompiani nel 2013, la protagonista ama citare noti scrittori da lei tradotti, fornendo al lettore una sua versione per ogni loro libro significativo. Direi che per gli amanti di letteratura quello di Alameddine è un romanzo del tutto particolare, una vera “chicca”, fino all’ultima citazione... E che autori! Tra quelli letti, citati o tradotti la lista è infinita: Benjamin, Yourcenar, Spinoza, Kant, Pessoa, Calvino, Moravia, Roth, Yeats, Nabakov, Conrad, Marquez, Saramago, solo per citarne alcuni. Al contrario la traduttrice commenta in maniera critica altrettanti scrittori mai letti o mai tradotti come Camus, Faulkner, Hemingway, Beckett, Kundera... e in questo atteggiamento la protagonista dimostra una certa genialità. Pur negando la propria vicinanza a quell’autore, comunque ne traccia un identikit letterario, visivo, svelando le pieghe oscure di quella sua scelta. Come un fotografo che pur non volendo scattare una certa inquadratura decide di fissarne comunque l’immagine sul negativo per poi tagliarlo o distruggerlo: ci annuncia di voler escludere quella foto dalla propria scelta finale.

Il lavoro fotografico di Giulia Efisi si innesta in un contesto conoscitivo analogo a quello della traduttrice di Alameddine. La Efisi una persona dal trascorso accademico-scolastico, un po’ annoiata dalla routine quotidiana, viene rapita dalla fotoarte e inizia un intelligente percorso conoscitivo. Da un lato legge di fotografia (storia, biografie, critica, recensioni, etc) e dall’altro intraprende una inconscia registrazione di immagini che incontra a mostre, cataloghi e internet. Istintivamente fa una selezione ed esclude quelle a lei non affini, creando un processo che e’ sinonimo di libertà e di certezza delle proprie scelte. In maniera irreversibile, la sua voracità pellicolare crea di per sé un personalissimo archivio interiore di immagini. Questi segni bidimensionali non giacciono freddi e inermi nell’inconscio della Efisi... al contrario! A contatto con la propria superficie sensibile e magicamente esaltata dalla sua libera curiosità, queste fotografie riprendono vita e vigore sotto nuova forma, il tutto attraverso la sua sorprendente umanità relazionale.

La purezza di questa foto-trasformazione quotidiana travalica ogni tipologia stilistica e ricorda la manipolazione senza confine di genere di Andy Warhol. Nel lavoro della Efisi infatti risorge e si evidenzia il segno fotografico di alcuni grandi maestri dell’obiettivo, il tutto senza malizia e senza alcuna furberia stilistica. I suoi paesaggi notturni per esempio si compiono e funzionano senza voler celare le immagini notturne di Ghirri, Barbieri o Crewdson. La sua primordiale voglia di libertà si mostra (pur con un certo pudore) nei conturbanti nudi in bianco e nero alla Francesca Woodman. Qui Giulia Efisi entra in un gioco performativo e rimane il dubbio se il selfie viene condiviso o se realmente è frutto di un raptus di solitudine. In Hole, Advertorial Opera magazine e in Piano Stenditore le sue fotografie vogliono gridare che appartengono all’ultimo Giacomelli. Appare chiaro che è lui l’artista che più ama e che ahimè non ha mai potuto conoscere di persona; il che sarebbe stato per la Efisi un ulteriore salto dentro la poetica della fotoarte sia per lo straordinario immaginario surreale che per l’umana quotidianità di Mario Giacomelli.

In ultimo, anche nei tanti ritratti inclusi nelle serie Backstage, Adv Campaign DP69 e Portraits, si riconoscono quegli autori che ha guardato e inconsciamente registrato come “suoi”: Cindy Sherman, Richard Avedon, Tony Thorimbert, Philip Lorca di Corcia, Albert Watson e tanti altri. Come per la protagonista de “La Traduttrice”, la Efisi dimostra quindi con che passione, con che curiosità e con che mole di informazioni, si è prodigata a essere essa stessa autrice. Da un lato la scelta dei suoi fotografi più amati, dall’altro tutti quelli che sono ancora esclusi. Ma per quanto? Non giacciono anch’essi nel suo profondo archivio emozionale? O forse vi è da pensare che proprio in quelle scelte così nette e precise si nasconda la sua volontà di escludere tutti gli altri? Personalmente credo che anche i non-compresi (meglio dire in-compresi?) si celino tra le profonde trame dell’immaginario efisiano. In fondo posseggono anch’essi quell’aura che fa sì che possano emergere da un momento all’altro.

DAVIDE FACCIOLI
(PHOTOLOGY)
 
 
Tra le possibilità concesse dalla fotografia ce ne sono alcune che mettono in crisi l’attitudine più comune e immediata – quella documentaria – dello scrivere con la luce. Mostrare l’assenza, negare la presenza sono tra queste. Meccanismi binari, centrali nella ricerca artistica di Giulia Efisi, in cui trovano posto situazioni assai eterogenee, spesso binarie anch’esse. Storie vissute in prima persona o evocate da racconti e ricordi altrui, espressioni cercate e teatrali alternate ad altre più intime, fuggevoli. Ma pur sempre tracce di una vita che pulsa, mai costruita o prevedibile, in continua trasformazione.
Nulla è dato nelle immagini di Giulia. In quelle realizzate in chiave alta, essenziali e abbaglianti, come nelle altre in cui domina il nero più denso, assoluto. In questa alternanza l’autrice rifugge la retorica del “dover essere”. Dei lineamenti fissi, dei volti plausibili, direbbe Eugenio Montale. Il rimando all’altro, all’esterno, è continuo e necessario, anche se mai del tutto risolto. Il percorso seguito dall’autrice segna una traiettoria circolare senza soluzione di continuità: è lei stessa il punto di partenza e di arrivo, e poi di una nuova partenza. Il suo è un viaggio senza sosta nello spazio e nel tempo, in cui procede ora con delicata e gioiosa ingenuità, ora con lucida e malinconica consapevolezza. Nonostante la circolarità della sua riflessione, la mèta di Giulia non è certo l’autocelebrazione. Forse il suo vero scopo è cercare se stessa, con il timore di trovarsi e di esaurire la spinta al viaggio, ciò che più di ogni cosa la affascina.
Il patto tra Giulia e il suo mezzo di trasporto – la fotografia – resta dunque un affare privato di cui è dato conoscere solo poche, precarie rivelazioni. Nei progetti che porta avanti parallelamente ai Ritratti, una delle sue aspirazioni è trovare un accordo, seppure instabile, con la realtà, con gli oggetti, con chi e con ciò che è stato o che ha potuto solo sfiorare. E per farlo ha bisogno di fare ordine intorno a sé. Di eliminare ogni sovrastruttura, etichetta, certezza, di cui è piena la prosa quotidiana. Un lavoro a togliere, dunque, che le permetta di recuperare l’essenza più vera di ciò che la circonda. Sia che si tratti di oggetti e di luoghi, sia di persone, sensazioni e ricordi. Per questo la fotografia di Giulia è epidermica, spoglia. Nuda e per questo, talvolta, vulnerabile.
Di ciò che si offre al suo sguardo trattiene solo ciò che reputa vicino al suo sentire. E non importa quanto siano nobili quei frammenti, quelle forme inaspettate regalate da punti di ripresa spesso audaci, o i profili scomposti o quasi annullati che annegano ora nella canicola, ora nel buio più profondo.
Anche nei suoi Ritratti Giulia rincorre la fugacità, il momento in cui il soggetto abbassa le difese, si toglie la maschera e riprende fiato. Lei ama tutto ciò che è residuale e anarchico, dunque autentico ai suoi occhi. Non cede alle facili lusinghe dei ruoli sociali. E ciò permette alle persone da lei ritratte – famose o comuni che siano – di riappropriarsi della loro umanità.
L’artista filtra ogni istante con la propria sensibilità, pensando solo al qui e ora. Riscrive i contorni dei soggetti, li decontestualizza, riduce le loro sembianze ai minimi termini. Sottrae forma per aggiungere sostanza, in un gioco a perdere che la rende vincente perché scevra dal timore reverenziale verso ogni stereotipo. Quello compiuto da Giulia è, dunque, un atto liberatorio, per sé ma anche per i soggetti che sceglie di ritrarre. In questo suo fare non esistono mezze misure. Non c’è spazio per la retorica del documento, del dove, del come. E, soprattutto, del perché. Fotografa quando ne sente il bisogno.
Per Giulia fare una fotografia è come premere un interruttore e far fluire energia: emotiva, creativa, riflessiva, espressiva. È precipitare nell’abisso più cupo per poi spiccare il volo, verso la luce.

EMANUELA COSTANTINI
(GIORNALISTA)


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